Omran, figlio di tutti noi

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Abbiamo aspettato a scrivere questo articolo. Abbiamo atteso che l’onda emozionale scemasse, perché è facile suscitare sdegno nell’immediato ma è più difficile mantenere desta l’attenzione su un determinato problema quando lo scorrere del tempo ci allontana dall’evento. Dunque, qual è l’evento? È quello del piccolo Omran, salvato dalle macerie della sua casa bombardata ad Aleppo, in Siria.

Nel bel mezzo del mese di agosto, mentre molti di noi erano ancora in vacanza, ecco irrompere sui nostri schermi tivù e social questo piccolo testimone dell’inferno siriano, col suo visino coperto di polvere e di sangue. Il bambino, in braccio a un soccorritore, appare nel filmato inebetito, spaesato… gli occhi sgranati e increduli, viene adagiato in un’ambulanza su un sedile tanto più grande di lui. Il piccolo si porta una mano al viso e se la ritrova sporca di sangue. Con gesto innocente e naturale, cerca di ripulire la manina su quel sedile.

Forse per lo shock non prova dolore ma, si scoprirà poi, quel sangue è proprio il suo, non di qualche parente che era rimasto sepolto insieme a lui (il fratellino morirà per le ferite riportate qualche giorno più tardi). Si saprà che Omran ha tre schegge in testa e una nel braccio, ma non piange. Omran Dagneesh, cinque anni, non piange perché si piange di qualcosa di sconosciuto e improvviso. Ma da quando Omran è nato, la guerra in Siria c’è sempre stata e lui non conosce altro scenario che quello; è un evento che per quanto spaventoso, per lui rappresenta la quotidianità.

Ecco, forse il fatto che un bambino di cinque anni arrivi a vivere la guerra come un aspetto inevitabile della propria vita, è la nostra più grande sconfitta. Ed è la sconfitta, beninteso, di tutte le parti coinvolte nella sanguinosa e fratricida carneficina siriana. Si chiamino Assad, ribelli anti Assad, Isis, russi che combattono l’Isis (ma non Assad), turchi che combattono i curdi (ma non l’Isis), americani che combattono un po’ l’Isis e un po’ Assad, curdi che combattono l’Isis (forse gli unici a farlo davvero), europei che come al solito non hanno una posizione comune e non riescono ad avere quel ruolo di arbitri imparziali che vorrebbero avere e con il quale amano dipingersi, salvo dimenticare che per essere immortalati in un ritratto bisogna mantenere una posizione ferma per almeno due giorni di fila…

Così, è davvero sconfortante (ma non inatteso) notare come tutto l’enorme sdegno e il clamore mediatico suscitato dal bambino Omran, tutta questa enorme montagna, non sia riuscita a partorire neanche il topolino di una tregua di 48 ore nella città martire di Aleppo e a quattro – cinque giorni di distanza da quel video, quasi non esista più traccia, almeno in rete, di articoli pubblicati su questo argomento. Il filmato del salvataggio di Omran è stato diffuso il 17 agosto: già il 21, ben prima che un’altra catastrofe di dimensioni gigantesche, il terremoto nel centro Italia distogliesse comprensibilmente l’attenzione dell’opinione pubblica, i testi a commento del video di Omran erano pochissimi e quei pochi, peraltro, erano stati scritti da partigiani dell’una o dell’altra fazione in lotta sul suolo siriano, per dimostrare che si era trattato di un’abile manovra degli avversari per avvantaggiarsi.

Non sappiamo se l’agenzia che ha diffuso il filmato di Omran, l’Aleppo Media Center, sponsorizzi effettivamente posizioni vicine a quelle dell’Isis e dei ribelli che si oppongono ad Assad, come sostenuto da alcuni di questi articoli “a orologeria”, ma una cosa è certa: quanto mostrato dal video non è frutto di una propaganda di parte, ma è l’oggettiva testimonianza di quanto ogni giorno rischiano i bambini siriani in patria, come la foto dell’altro bambino-simbolo siriano, Aylan Kurdi (del quale pure abbiamo scritto) morto su una spiaggia turca, lo era dei bambini che cercano di fuggire dalla Siria. 

Bene ha rappresentato questa condizione dei minori siriani l’artista sudanese Albaih, che in una vignetta dal titolo “Choices for syrian children” (Le scelte per i bambini siriani) ha amaramente evidenziato questa drammatica realtà: If you stay (“Se resti”, con l’immagine di Omran) – If you leave (”Se parti”, con l’immagine di Aylan).

Perché da quando il conflitto è iniziato, 470.000 persone hanno perso la vita, metà della popolazione della Siria è sfollata, 1,9 milioni di uomini sono rimasti feriti o mutilati. E il costo più alto lo stanno pagando i civili, nelle abitazioni, nelle scuole, negli ospedali. E a costo di apparire di parte, non possiamo non riportare il commento di un ex compagno di studi di Assad: <Studiavamo insieme medicina… come può ora bombardare gli ospedali?>. Certo, probabilmente questa è una barbarie che, a turno, staranno praticando anche altri contendenti… ma forse per chi si professa legittimo rappresentate del suo popolo, le responsabilità sono maggiori, non credete?

Riccardo Rutigliano

Omran, figlio di tutti noi ultima modidfica: 2016-08-27T21:55:53+00:00 da Riky