Paralimpiadi: Italia da urlo. E l’urlo più grande è di Bebe

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Si sono concluse, con la Cerimonia di chiusura che nella notte del 18 settembre ha visto la schermitrice Bebe Vio portabandiera azzurra, le Paralimpiadi di Rio de Janeiro. Come aveva previsto il presidente del CIP Luca Pancalli (che solo per scaramanzia non lo aveva voluto dichiarare apertamente), il bottino di medaglie dei nostri atleti è stato più ricco e qualitativo rispetto alla spedizione di Londra 2012, già molto positiva.

Anzi, addirittura il bilancio della rappresentativa azzurra a questi Giochi paralimpici è stato il migliore degli ultimi 20 anni: l’Italia è entrata nella “top ten” del medagliere, nona con 39 medaglie, delle quali 10 sono d'oro, 14 d'argento e 15 di bronzo.

Lo sport che ha portato le medaglie più pesanti è stato il ciclismo, che ha regalato all’Italia cinque ori, due argenti e cinque bronzi, per un totale di 12 medaglie. Una in più è complessivamente arrivata dal nuoto, dove abbiamo vinto due ori, otto argenti e tre bronzi. Notizie positive dall’atletica, con due ori, due argenti e due bronzi, mentre la scherma ha portato un oro e un bronzo, l’arco un argento e un bronzo, così come il triathlon, mentre dal tennistavolo sono arrivati due bronzi.

Gli azzurri sono andati a medaglia in sette discipline. L’azzurro più medagliato è stato Federico Morlacchi, che torna a casa con un oro e tre argenti. Alex Zanardi e Luca Mazzone hanno vinto due ori e un argento ciascuno.

Hanno fatto risuonare l'Inno di Mameli diventando campioni paralimpici Federico Morlacchi, Francesco Bocciardo, Alex Zanardi (2 volte), Vittorio Podestà, Assunta Legnante, Luca Mazzone, Beatrice Vio, Paolo Cecchetto, Martina Caironi.

E se noi, da grandi tifosi di Martina Caironi, non possiamo non sottolineare le grandissime imprese compiute anche in questa edizione dei Giochi dall’atleta bergamasca (oro nei 100 metri T42 e argento nel salto in lungo), dobbiamo anche concedere la ribalta ad altri personaggi, entrati nel cuore degli sportivi ma anche nell’immaginario collettivo.

Perché è questa la notazione più bella: dopo i Giochi di Londra 2012, da noi stessi definiti quelli del “Big Bang” perché avevano finalmente fatto entrare lo sport e gli atleti paralimpici nella dimensione delle imprese umane e sportive di valore assoluto, imponendoli all’attenzione dell’opinione pubblica non come delle semplici curiosità (un tempo si sarebbe detto, con scarsissima sensibilità e implicito stigma, “fenomeni da baraccone”) ma come degli autentici campioni, in alcun casi, campionissimi, dopo questa esplosione, ci si aspettava una battuta d’arresto o quanto meno, una fase di assestamento.

Invece lo svolgimento delle Paralimpiadi carioca è stato un successo anche di pubblico, nonostante i timori della vigilia, che già preannunciavano impianti e stadi semivuoti, a causa della cattiva prevendita dei biglietti. Ebbene, il pubblico brasiliano ci ha messo del suo: ha profuso entusiasmo, partecipazione e sostegno in dosi così massicce da meritarsi, come annunciato dal presidente del Comitato Internazionale Paralimpico Philip Craven “l’Ordine Paralimpico, la più alta onorificenza che una persona o un gruppo possa ricevere, per il vostro eccezionale sostegno ai Giochi paralimpici di Rio 2016”.

Del resto, come non entusiasmarsi, alle gesta di “super humans” (ricordate la bella campagna di Channel 4?) del calibro, tanto per restare nel campo italiano, di Alex Zanardi, Federico Morlacchi, Assunta Legnante, Martina Caironi e Bebe Vio?

bebe-vio-urloEcco proprio con il viso fresco e raggiante di Beatrice “Bebe” Vio, vorremmo concludere. Quel volto che la malattia ha provato a sfregiare, senza riuscire a toglierle neanche un grammo dello splendore dei suoi 19 anni, dei suoi occhi chiari e straordinariamente felici mentre ascoltava l’inno nazionale e vedeva salire il tricolore. Così come non era riuscita, la meningite fulminante contratta a 9 anni, a toglierle insieme agli arti anche la vitalità, l’energia e la classe innata per tirare di scherma, supplendo ai vantaggi di postura che spesso è costretta a concedere alle avversarie (Bebe è l’unica schermitrice paralimpica al mondo mancante anche del braccio armato) con l’estrema vitalità e la sinuosità del suo corpo.

Avrebbe voluto gareggiare già 4 anni fa, a 15 anni Bebe. Il CPI e la sua famiglia l’hanno sconsigliata, ma l’immensa voglia di dimostrare il suo valore è da allora cresciuta a dismisura dentro di lei, fino a prorompere nell’urlo prolungato, sovrumano e liberatorio emesso dopo la stoccata che le ha consentito di vincere l’oro. Urla contro i luoghi comuni, contro i pregiudizi e perché no, contro una malattia che ha provato a tarparle le ali e ha invece dovuto assistere impotente alla campionessa che prendeva definitivamente il volo.

Quante storie come quella di Bebe in questi Giochi Paralimpici. Storie di giovani italiani e stranieri che, sempre per citare Craven, ora sono visti come eroi, “dei modelli di comportamento per una nuova generazione di appassionati allo sport in tutto il mondo”. Gente che ha saputo arrivare a risultati strepitosi attraverso vie impervie e molto più complicate di quelle normali.

Gente come Bebe, atleta e ragazza diversamente straordinaria.

Riccardo Rutigliano

Paralimpiadi: Italia da urlo. E l’urlo più grande è di Bebe ultima modidfica: 2016-09-20T17:11:11+00:00 da Riky