Un caso italiano: il punto sul metodo Stamina

Stamina

Un’analisi dettagliata dopo gli sviluppi di questo mese di luglio

Milano – I recenti sviluppi dell’inizio di questo mese di luglio, che hanno riportato per l’ennesima volta alla ribalta il controverso metodo “Stamina”, ci impongono, in qualità di operatori dell’informazione ma anche di referenti di persone affette dalle patologie interessate, di fare il punto sulla situazione.Innanzitutto, cos’è “Stamina”? Con questo nome viene identificato il discusso metodo terapeutico a base di cellule staminali, inventato da Davide Vannoni, il quale ha dichiarato “di aver sviluppato la terapia nel 2004 in Russia, dopo che gli era stata curata con successo una paralisi facciale causata da un virus”.Vannoni, va detto subito, non è né un medico né un ricercatore, potendo vantare una laurea sì, ma in lettere e filosofia. È un po’ come se il sottoscritto, invece di accontentarsi di fare divulgazione (anche scientifica, perché no?) attraverso i media,pretendesse di sostituirsi a chi vanta anni di studi, tirocini e pubblicazioni nel campo della ricerca.Già, perché, anche lasciando stare il lato paradossale della cosa, il fatto che balza subito all’occhio è che, contrariamente a quanto è consuetudine nella comunità scientifica internazionale, Vannoni non ha mai pubblicato alcun articolo su riviste scientifiche riguardo al metodo Stamina; inoltre, i brevetti che afferma di avere registrato a tutela del suo metodo si sono dimostrati inesistenti: l’iter di registrazione non è mai arrivato a conclusione, a causa delle lacune e delle conseguenti eccezioni sollevate dagli organi preposti all’esame delle richieste di brevetto.La realtà è che il metodo, al 2013, risulta essere privo di ogni validazione scientifica che ne attesti l’efficacia.Ciononostante, proprio all’inizio di questo stesso anno il metodo Stamina è balzato sotto i riflettori dei media in seguito ad un servizio trasmesso dal programma televisivo Le Iene, che ne ha mostrato l’utilizzo su alcuni bambini affetti da atrofia muscolare spinale (SMA) di tipo I. Nel servizio si sosteneva che le infusioni di staminali praticate dallo staff di Vannoni avevano generato significativi miglioramenti nello stato di questi pazienti e si suggeriva, senza alcuna evidenza, che potessero modificare il decorso fatale della malattia. Il metodo Stamina è diventato da allora oggetto di proteste popolari in favore della cura. Anche alcuni noti personaggi del mondo dello spettacolo hanno preso posizione a favore di esso.

E veniamo ai fatti che hanno condotto all’attualità: il 15 maggio 2013 la Commissione affari sociali della Camera dei deputati ha approvato all’unanimità, anche sull’onda della mobilitazione dell’opinione pubblica, l’avvio della sperimentazione clinica del metodo ideato da Vannoni; successivamente, il 23 maggio il parlamento ha ratificato la sperimentabilità del metodo, stanziando anche 6 milioni di euro per gli anni 2013-2014.

Ebbene, dopo questo successo che premiava il metodo Stamina ben oltre i meriti e l’attenzione normalmente concessa a ricerche ben più accreditate a livello scientifico,quando la strada per Vannoni e i suoi collaboratori sembrava presentarsi tutta in discesa, sono cominciati i problemi. Il 21 giugno 2013 Vannoni avrebbe dovuto consegnare la documentazione scientifica sul suo metodo all’Istituto Superiore di Sanità, all’agenzia italiana del farmaco e al centro nazionale trapianti per permettere di elaborare il protocollo dei test, ma ha chiesto di rinviare l’incontro, per ben due volte.

A fine giugno 2013 il ministro della salute Beatrice Lorenzin ha nominato i membri del comitato che avrebbe dovuto seguire la sperimentazione nel servizio pubblico (definendone i parametri) e che avrebbe dovuto seguire le fasi della ricerca (della durata di un anno e mezzo). Il giorno precedente la pubblicazione del decreto ministeriale,Vannoni ha però, per la terza volta, chiesto di rinviare l’incontro per depositare il protocollo della sperimentazione, la cui data di avvio era inizialmente stata fissata al 1º luglio 2013: essa non ha quindi potuto avere inizio.

Non è un caso, vogliamo sottolineare a chi vive sulla propria pelle queste patologie, se le maggiori associazioni di pazienti e loro familiari, avevano fin da subito preso le distanze da questo metodo, cercando di tutelare la salute e gli interessi dei propri assistiti. Non va dimenticato del resto, che già nel 2009 era stata avviata dal magistrato Raffaele Guariniello un’inchiesta che intendeva chiarire la posizione di Vannoni in merito all’uso di cellule staminali al di fuori dei protocolli sperimentali previsti dalla legge. Sul finire del 2009 diversi articoli giornalistici avevano inoltre denunciato come Vannoni e Stamina risultassero coinvolti in un intreccio di società il cui scopo, più o meno celato, era il lucro. La stampa riportava notizie riguardanti promesse di cura per molte malattie neurodegenerative per cifre che oscillavano dai 20.000 ai 50.000 euro.

Eppure, nonostante queste evidenti contraddizioni e le numerose ombre, ancora nello scorso mese di maggio, un’indagine statistica rilevava che 2 medici italiani su 3 si dicevano favorevoli all’uso del metodo Stamina per le cure compassionevoli. Ecco, l’argomento legato al diritto di usufruire come “cura compassionevole” anche di procedimenti medici non supportati da nessun risultato di laboratorio, viene spesso utilizzato come una bandiera da chi si batte per l’utilizzo di Stamina.

Ma non è corretto, in quanto si confonde il concetto di cura compassionevole (la possibilità di utilizzare a fini terapeutici medicinali o terapie in genere per i quali non è ancora stata completata la fase di sperimentazione) con il diritto/dovere di una nazione civile di preservare il cittadino da pratiche che possono danneggiare la sua salute, diritto/dovere da esercitare se necessario anche contro la sua volontà.

Non vi è nulla di compassionevole nell’utilizzo delle cellule staminali mesenchimali (le cellule del midollo osseo che maturando possono dare origine a ossa, grasso e tessuto connettivo), secondo il metodo proposto da Vannoni, che le utilizza in un modo improprio, che non permetterebbe loro, secondo gli esperti, di svilupparsi andando a rimpiazzare il tessuto compromesso da gravi patologie neurodegenerative. Oltre all’incongruenza di utilizzo, non si può tacere l’esito potenzialmente pericoloso del procedimento.

Anche per questo all’inizio del mese di luglio la rivista scientifica Nature ha definitivamente “stroncato” il metodo Stamina, definendolo come frutto del lavoro di “uno psicologo trasformatosi in imprenditore medico” e “basata su dati fallaci” nonché “plagio di un altro studio già sviluppato e soprattutto tecnica inefficace”. E ancora: “La decisione inaspettata (del Governo italiano di finanziare la ricerca, N.d.r.) ha fatto inorridire gli scienziati, che ritengono il trattamento pericoloso perché non è mai stato rigorosamente testato. Secondo alcuni è pura alchimia”.

Infatti, prosegue l’editoriale di Nature “Nella letteratura scientifica non esiste nessuna evidenza convincente del fatto che le cellule staminali mesenchimali che si trovano nel midollo osseo, che possono generare ossa, grasso e cartilagine, possano essere forzate a produrre cellule nervose o altri tipi di cellule“. Di questa opinione sono anche scienziati di fama mondiale quali Umberto Veronesi e Shinya Yamanaka, premio Nobel per la medicina e “padre” della ricerca sulle cellule staminali.

Per tutte queste ragioni, ci sentiamo di ribadire nel modo più netto la presa di distanza dal metodo Stamina e dal suo utilizzo e, come appartenenti a un’associazione che tutela i diritti dei malati neuromuscolari, la UILDM Milano, invitiamo con forza i nostri soci a fare altrettanto.

Riccardo Rutigliano

 

Un caso italiano: il punto sul metodo Stamina ultima modidfica: 2013-07-27T14:50:43+00:00 da admin